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Museo Nazionale della Magna Grecia - Reggio Calabria
Bronzi di Riace - V secolo a.C.
I Bronzi di Riace sono una coppia di statue bronzee di provenienza greca o magnogreca o siceliota, del V secolo a.C. ritrovate nel 1972 nei pressi di Riace, in eccezionale stato di conservazione. Per la qualità delle sculture e lo stato di mantenimento sono tra i capolavori scultorei più significativi del periodo ellenico.
La Fondazione Prada in un grandioso progetto storico di Salvatore Settis propone tra le varie opere classiche, anche uno dei bronzi di Riace replicato come, secondo gli studi, sarebbe stato creato, con lancia, elmo e scudo e con colore di copertura.
Cosa ne pensiamo? Una grande delusione vedere la scultura come era stata creata nell'antichità. Il tempo ed il mare hanno donato ai Bronzi di Riace il fascino di ventisette secoli di storia!
​S.C. Agg. 2015

Design-Art-Trends Agg. del 26-08.2026
Nel 2015 la mostra Serial Classic, organizzata dalla Fondazione Prada di Milano e curata da Salvatore Settis con Anna Anguissola, affrontò un tema particolarmente interessante: il rapporto tra l’opera originale e le copie nel mondo antico. Tra gli esempi più suggestivi figurava il celebre Bronzo di Riace A. La statua autentica, naturalmente, non aveva lasciato il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria. A Milano fu invece presentata una ricostruzione a grandezza naturale realizzata nell’ambito degli studi sulla policromia antica da Vinzenz Brinkmann.
L’immagine era sorprendente soprattutto perché molto diversa da quella alla quale siamo abituati. Il guerriero non appariva semplicemente come una figura di bronzo scuro, segnata dal tempo e dall’ossidazione del metallo. La ricostruzione cercava di restituirgli l’aspetto che avrebbe potuto avere nell’antichità: incarnato caldo, barba e capelli caratterizzati cromaticamente, labbra evidenziate dal rame, denti d’argento e una serie di particolari destinati ad aumentare il realismo del volto e del corpo.
Ma la trasformazione più evidente riguardava ciò che oggi non esiste più. Il Bronzo di Riace che conosciamo è arrivato fino a noi privo di alcune parti che probabilmente ne completavano la figura. Nella ricostruzione questi elementi furono restituiti: elmo, scudo e lancia ricomponevano l’immagine del guerriero e permettevano di intuire quanto la perdita di pochi elementi possa modificare profondamente la nostra percezione di un’opera antica.
L’esperimento aveva quindi un significato che andava oltre la semplice curiosità visiva. Mostrava quanto sia ingannevole immaginare il mondo classico attraverso ciò che il tempo ci ha consegnato. Noi osserviamo statue mutilate, bronzi ossidati e marmi che hanno perduto quasi completamente il colore e finiamo inevitabilmente per identificare questa condizione con il loro aspetto originario. Ma ciò che oggi chiamiamo “originale” è, in molti casi, soltanto ciò che dell’originale è sopravvissuto.
La ricostruzione del Bronzo di Riace introduce così un apparente paradosso: la copia, pur non possedendo l’autenticità materiale dell’opera antica, può aiutarci a comprendere qualcosa che l’originale non è più in grado di mostrarci. Non sostituisce il reperto e non pretende di essere la verità definitiva, perché ogni ricostruzione contiene inevitabilmente una parte di interpretazione. Può però restituire una possibilità perduta e farci vedere l’opera non soltanto come è giunta fino a noi, ma come potrebbe essere apparsa agli occhi di chi la osservava più di duemila anni fa.
È proprio in questa distanza tra materia autentica e immagine ricostruita che il rapporto tra il vero e la copia diventa particolarmente interessante: l’originale conserva la storia, mentre la copia può tentare di restituirne l’immagine perduta.


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